Italia (Italy), Consulenti finanziari

Cambia sitochevron_right
menu
search
Skip to main content
search

OBBLIGAZIONARIO IN FOCUS

Decifrando il contesto macroeconomico

4 min di lettura
2027-04-30
Archiviato info
I contenuti archiviati rimangono disponibili sul sito. Si invita a considerare la data di pubblicazione mentre si leggono i contenuti precendenti.
641607690
Marco Giordano, Investment Director
641607690

Le determinanti dei mercati obbligazionari

  1. Il conflitto in Medio Oriente rappresenta uno shock esogeno dal lato dell’offerta con conseguenze dolorose, e i policymaker si trovano in una situazione difficile per rispondere in modo efficace. La situazione resta estremamente fluida, con sviluppi geopolitici segnati da titoli contrastanti e spesso contraddittori. Con lo Stretto di Hormuz di fatto chiuso, le notizie di negoziati volti a riprendere il traffico sono state controbilanciate da indicazioni secondo cui l’attività di navigazione resta di fatto ferma, sottolineando la fragilità del contesto attuale.

    I segnali di politica economica hanno accresciuto l’incertezza. Nel corso del mese, si sono susseguiti ripetuti annunci di imminenti pause negli attacchi, salvo poi essere seguiti da ulteriori escalation e da un ampliamento del conflitto. L’assenza di una conferma chiara e credibile di una de-escalation ha continuato ad alimentare una volatilità guidata dai titoli, con l’attenzione dei mercati che resta concentrata sul rischio di un’ulteriore escalation piuttosto che su un allentamento duraturo delle tensioni. I mercati obbligazionari e azionari hanno registrato un aumento della volatilità, misurata rispettivamente dagli indici MOVE e VIX.

  2. I prezzi dell’energia sono stati estremamente volatili, essendosi riposizionati su livelli significativamente più elevati rispetto a quelli precedenti l’inizio del conflitto. Si sono osservate ampie oscillazioni dei prezzi intraday, mentre gli investitori globali reagivano agli eventi e agli annunci riguardanti lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa il 25% del petrolio greggio trasportato via mare a livello mondiale e il 20% del gas naturale liquefatto (GNL) mondiale. Le curve forward delle materie prime stanno ancora prezzando una de-escalation del conflitto, con i futures sul prezzo del petrolio attestati intorno all’intervallo di 70-80 dollari per la seconda metà del 2026. Anche qualora si osservasse una riduzione dei prezzi delle materie prime fortemente elevati registrati dall’inizio del conflitto, l’impulso inflazionistico sarà probabilmente rilevante, almeno nel breve termine, e rischia di radicarsi se dovesse provocare effetti di secondo livello simili a quelli osservati nel 2022.

  3. Le decisioni delle banche centrali saranno importanti driver del ciclo globale nei prossimi trimestri, mentre i policymaker cercano di comprendere e rispondere a quest’ultimo shock esogeno. Nel corso di marzo, le banche centrali globali hanno scelto di mantenere invariati i tassi di riferimento, citando l’aumento dei rischi geopolitici e l’incertezza sulle prospettive di inflazione alimentata dai prezzi dell’energia. Sia la Fed sia la BCE hanno mantenuto invariati i tassi, ponendo l’accento su un approccio guidato dai dati per il futuro: l’inflazione sarà probabilmente prevista marginalmente più alta, mentre l’incertezza sarà verosimilmente un freno alla crescita. Il presidente Powell e la presidente Lagarde hanno adottato un tono moderatamente hawkish, in contrasto con il governatore Bailey: il Monetary Policy Committee (MPC) della Bank of England ha mantenuto invariati i tassi e lo ha fatto con un voto unanime, 9-0, sulla spinta dello shock dei prezzi dell’energia. La natura unanime del voto ha determinato un drastico riprezzamento delle aspettative sui tassi nel Regno Unito1 , corroborato da una dichiarazione che includeva quanto segue: “[il MPC] è pronto ad agire secondo necessità per garantire che l’inflazione CPI rimanga in linea con il raggiungimento del target del 2% nel medio termine”. I mercati hanno interpretato questo come un cambiamento significativo nella funzione di reazione della Bank of England, in precedenza considerata pronta a tagliare i tassi più di tutti insieme alla Fed, e ora prezzata per tre rialzi nel 2026. Il Regno Unito stava già affrontando le prospettive di inflazione più elevate del G7: quest’ultimo shock rischia di complicare il compito di una banca centrale che fatica ad affermare la propria credibilità presso gli investitori globali, avendo supervisionato il maggiore superamento cumulato dell’inflazione nei mercati sviluppati dalla crisi finanziaria globale del 2007.

  4. I dati economici restano equilibrati. Sebbene gli investitori si siano concentrati molto sullo shock dal lato dell’offerta rappresentato dalla guerra con l’Iran, i dati economici sottostanti indicano un ciclo relativamente resiliente. Un impulso stagflazionistico globale, attraverso una combinazione di inflazione più elevata e un colpo alla crescita reale, rappresenta una sfida significativa per i policymaker: per il momento la maggior parte degli indicatori economici punta effettivamente verso un rallentamento, ma non vediamo crepe emergere nei mercati del lavoro, nella spesa dei consumatori o nella produzione industriale. Anzi, sebbene gran parte dei dati preceda la guerra con l’Iran, osserviamo una resilienza preliminare nell’economia globale: modesta crescita occupazionale negli Stati Uniti, negoziati salariali in Giappone ancora superiori al 5% e inflazione persistente nel Regno Unito, con l’inflazione dei servizi ancora sopra il 4%.

  5. Regole sul capitale bancario. Le autorità di regolamentazione bancaria statunitensi hanno presentato una proposta rivista per attuare il lungamente rinviato “endgame” di Basilea III, alleggerendo alcuni elementi del quadro del 2023, più punitivo, attraverso calcoli patrimoniali semplificati, ponderazioni del rischio ricalibrate e requisiti più leggeri per stress test e surcharge. Sebbene le modifiche possano migliorare moderatamente la flessibilità dei bilanci delle banche e sostenere l’intermediazione del credito, esse sottolineano anche un rischio sottovalutato nella crescente esposizione delle banche ai prestiti verso soggetti non bancari e al private credit. A differenza dei prestiti tradizionali, i requisiti patrimoniali per queste strutture si adeguano dinamicamente ai tassi di default e ai punti di attachment delle tranche, consentendo una crescita dei bilanci con basse ponderazioni del rischio quando i default sono contenuti, ma rischiando un brusco aumento della pressione sul capitale man mano che le perdite si normalizzano. Se questo segmento continuerà a crescere, le banche potrebbero trovarsi vincolate sul capitale proprio nel momento sbagliato del ciclo, potenzialmente amplificando la volatilità nel credito e, più in generale, negli asset rischiosi.

Le opinioni espresse sono quelle degli autori alla data di redazione. Altri team potrebbero avere opinioni diverse e prendere decisioni di investimento differenti. Il valore finale dell’investimento potrebbe essere superiore o inferiore a quello dell’investimento iniziale. Sebbene i dati di terze parti utilizzati siano ritenuti affidabili, non se ne garantisce l’esattezza. Destinato esclusivamente a investitori professionali.

Il nostro esperto

Fondi in evidenzia

Resta aggiornato con i contenuti sugli ultimi approfondimenti di mercato

Leggi altri approfondimenti